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Giudizio abbreviato: Le modifiche introdotte dalla Riforma Orlando

Giudizio abbreviato: Le modifiche introdotte dalla Riforma Orlando (legge n. 103/2017)

Pillole della Riforma penale 2017 – Capitolo II

Giudizio abbreviato (artt. 438-443 c.p.p.): Cosa cambia dopo l’entrata in vigore della legge n. 103/2017?

Introduzione:

Lo scorso 17 novembre 2017 ho avuto il piacere e l’onore di essere relatore per una lezione del Corso per Difensori d’Ufficio organizzato dalla Camera Penale di Siena e Montepulciano (unitamente alle Camere di Arezzo e Grosseto). Per la precisione, ero stato invitato a preparare un intervento avente ad oggetto le recente Riforma della Giustizia Penale (anche conosciuta come “Riforma Orlando”, che ha trovato attuazione principalmente attraverso la legge n. 103/2017), relativamente agli aspetti procedurali interessati dalla stessa.

Erano stati messi a mia disposizione un’ora e trenta minuti.

Purtroppo, in un’ora e mezza è praticamente impossibile riuscire a fornire un quadro esaustivo e dettagliato di tutto ciò che di processualmente rilevante è stato toccato dal legislatore (o che si prevede di andare a modificare in seguito all’esercizio da parte del Governo della delega legislativa contenuta nei commi 82-84 dell’articolo unico che compone la legge n. 103/2017). Ho dunque dovuto fare delle scelte, operare dei tagli (grossi tagli) e concentrare il mio intervento unicamente su quegli aspetti che ritenevo prioritari.

Poiché, come accennavo, ho dovuto operare tagli importanti rispetto a quanto avrei invero dovuto effettivamente inserire nella mia relazione, approfitto del mio spazio web per aggiungere un secondo (brevissimo) capitolo alla mia “rubrica” Pillole della Riforma penale 2017, inaugurata con il mio post sulla fattispecie di reato relativa alla Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente (effettuate da privati); illecito che si prevede di introdurre all’interno del nostro Codice penale per mezzo del decreto legislativo attuativo della delega contenuta nell’art. 1 commi 82, 83 e 84 lett. a)- e) legge n. 103/2017.

Passiamo dunque ad occuparci delle modifiche che la Legge Orlando ha apportato al rito alternativo del c.d. Giudizio abbreviato (artt. 438-443 c.p.p.).

1.) Le modifiche apportate dalla legge n. 103/2017 al Giudizio abbreviato: Sostituzione del comma 4 dell’art. 438 c.p.p.

L’art. 1, comma 41, della legge n. 103/2017 recita infatti:

Il comma 4 dell’articolo 438 del codice di procedura penale è sostituito dal seguente:

«4. Sulla richiesta [di ammissione formulata dall’imputato] il giudice provvede con ordinanza con la quale dispone il giudizio abbreviato. Quando l’imputato chiede il giudizio abbreviato immediatamente dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice provvede solo dopo che sia decorso il termine non superiore a sessanta giorni, eventualmente richiesto dal pubblico ministero, per lo svolgimento di indagini suppletive limitatamente ai temi di prova introdotti dalla difesa. In tal caso, l’imputato ha facoltà di revocare la richiesta».

Si deve premettere, per chi non è “tecnico” del settore, che al giudizio abbreviato l’imputato può accedere entro dei termini ben precisi. Per rendere più agevole la comprensione, in questo post farò il caso del passaggio da rito ordinario a rito abbreviato, che può avvenire nel corso (e non oltre, salvo ipotesi eccezionali: v. artt. 516 e 517 c.p.p.) dell’Udienza preliminare, oppure – nei casi di procedimento innanzi al Tribunale Monocratico, qualora si proceda in seguito a citazione diretta a giudizio – in occasione della prima udienza prevista dall’articolo 555 c.p.p. (prima dell’apertura del dibattimento; art. 555, comma 2, c.p.p.); ma il passaggio al c.d. rito abbreviato può avvenire anche se il procedimento non sta più procedendo sui binari del rito ordinario, bensì si trova nel momento introduttivo di (o quando è già stato instaurato) un diverso rito alternativo (ad esempio, fase introduttiva del giudizio immediato, ovvero con l’atto di opposizione nel c.d. procedimento per decreto).

Bene. L’articolo 438, comma 4 (nuova formulazione), c.p.p. si occupa del caso in cui il difensore dell’imputato, in udienza, depositi i risultati delle proprie investigazioni difensive (artt. 391 bis ss. c.p.p.) e chieda, in qualità di procuratore speciale dell’imputato ovvero con la presenza di quest’ultimo (che formula la relativa richiesta, in questo caso, personalmente), l’ammissione al rito abbreviato c.d. “secco”.

1.a) Perché la norma si riferisce al caso del rito abbreviato “secco”?

La differenza tra rito abbreviato “secco” e rito abbreviato “condizionato” (con riferimento a quest’ultimo, v. art. 438, comma 5, c.p.p.) è data dal fatto che in quest’ultima tipologia di giudizio speciale si richiede l’assunzione di una prova ulteriore rispetto a tutto quello che è stato inserito nel c.d. fascicolo delle indagini preliminari o presentato in udienza prima della richiesta ex art. 438 co. 5 c.p.p.; nel rito abbreviato “secco”, invece, si decide in base a quello che è già stato acquisito al procedimento, ancorché depositato immediatamente prima della stessa richiesta di accesso al rito speciale.

Nel caso del rito “condizionato” il p.m. ha sempre la possibilità di chiedere l’ammissione di una prova contraria. Pertanto, l’introduzione del termine per le indagini “a confutazione” non pare riferirsi – anche per una ragione sistematica, di collocazione della norma di nuovo conio in un capoverso antecedente a quello in cui si disciplina la possibilità di una richiesta “condizionata” di accesso al rito abbreviato – a quest’ultima ipotesi di procedimento speciale abbreviato. Inoltre, nel caso dell’abbreviato “condizionato”, l’integrazione probatoria richiesta (e che sarebbe qui incarnata dal fascicolo delle indagini difensive) sarebbe subordinata ad un preliminare vaglio in punto di necessità ai fini del decidere della nuova prova richiesta dall’imputato. In caso di rigetto, il compendio probatorio rimarrebbe quello precedente (quindi, senza i risultati delle indagini difensive) ed il giudizio proseguirebbe nelle forma ordinarie, salvo il caso in cui – come è adesso previsto grazie alla Riforma Orlando – l’imputato abbia inizialmente formulato richiesta subordinata di giudizio abbreviato “secco” o di patteggiamento (art. 438, comma 5 bis c.p.p.).

L’ipotesi considerata dal nuovo comma 4 dell’art. 438 c.p.p. è, dunque, quella in cui le indagini difensive siano state già acquisite al complesso delle prove utilizzabili ai fini della decisione e, immediatamente dopo, si sia formulato una richiesta di giudizio abbreviato che il giudice non possa rigettare per motivi attinenti alla prova; il giudizio abbreviato “secco”, appunto.

Dunque, se l’imputato deposita i risultati delle proprie indagini difensive e immediatamente dopo chiede l’abbreviato, dovrà attendere, per la propria ammissione al rito, l’ulteriore termine di sessanta giorni concesso al p.m. (dietro eventuale richiesta di quest’ultimo) per lo svolgimento di ulteriori indagini “sui temi di prova introdotti dalla difesa”. Tradotto: ulteriori sessanta giorni di indagine per confutare le prove presentate dalla difesa.

1.b) La criticità che si individua dietro la nuova disposizione dell’art. 438, co. 4, c.p.p.:

Nel procedimento penale esiste invero un principio immanente: Principio della tendenziale completezza delle indagini (e dell’accertamento del fatto).

Sulla base di questo principio, il Pubblico ministero giunge (rectius, dovrebbe giungere) a formulare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio quando ha esplorato tutte le ipotesi ricostruttive del fatto ed ha raccolto tutti gli elementi rinvenibili attraverso le indagini, sia contro l’indagato che a favore di quest’ultimo (v. artt. 326 e 358 c.p.p.).

Le indagini debbono essere complete nel momento in cui il requirente si determina per esercitare l’azione penale, poiché, altrimenti, v’è il rischio che una persona innocente sia sottoposta al tormento del processo penale (il dibattimento, infatti, specialmente per colui che è innocente, rappresenta già di per sé una sofferenza psicologica); e poiché vi è l’ulteriore rischio che, concentrando gli “sforzi procedimentali” verso un soggetto che in realtà non è penalmente responsabile per il fatto di reato addebitatogli nell’imputazione, si disperdano notevoli risorse pubbliche e – nel caso di fatto commesso da altro soggetto – il reale autore della condotta illecita vada esente da pena (ad es., per prescrizione del reato).

Prove dell’esistenza di questo principio immanente, del resto, si ricavano anche dalle norme che regolano gli atti introduttivi rispetto alla stessa Udienza preliminare (in teoria, momento avente la funzione di udienza-filtro, introdotta per evitare che si proceda a dibattimenti “inutili”, poiché relativi ad ipotesi di non sostenibilità dell’accusa in giudizio), nonché dalla norme che regimano lo svolgimento di detta udienza.

Gli artt. 419 comma 3, 421 bis e 422 c.p.p., infatti, contemplano espressamente degli istituti volti ad ampliare quanto più possibile il compendio conoscitivo a disposizione del Giudice al fine di decidere se rinviare a giudizio o meno l’imputato. Si tratta delle c.d. “indagini suppletive”, che si collocano (se si fa riferimento alla parte pubblica) tra il momento in cui il P.M. esercita l’azione penale (richiedendo il rinvio a giudizio) e lo svolgimento dell’Udienza preliminare, nonché del potere di ordinare lo svolgimento di ulteriori indagini o di disporre un’integrazione probatoria (di cui appaia la decisività ai fini del decidere) che è riconosciuto al G.U.P. nel corso dell’udienza stessa.

Dunque, se il P.M. si determina per l’esercizio dell’azione penale, e formula l’imputazione nei confronti della persona che è sottoposta a procedimento penale, deve farlo solo ed esclusivamente sulla base di un’indagine tendenzialmente esaustiva.

Dall’altra parte, dato il regime segreto istruttorio che vige durante le Indagini preliminari, l’indagato sconta un gap conoscitivo importante rispetto all’Accusa, anche per quanto riguarda la stessa esistenza di un procedimento a proprio carico e la necessità di reperire prove a sé favorevoli.

Sovente, l’indagato prende cognizione di esser tale soltanto nel momento in cui riceve il c.d. avviso di conclusione delle Indagini preliminari (art. 415 bis c.p.p.); un avviso che viene dato all’indagato con almeno sei mesi di ritardo (a seconda dei casi, possono essere anche anni) rispetto all’avvio delle investigazioni da parte di P.M. e Polizia giudiziaria.

La Difesa, pertanto, gode di un lasso di tempo molto ridotto per recuperare il ritardo investigativo accumulato rispetto all’Accusa. Si tratta di un arco temporale che inizia a decorrere soltanto dalla notifica dell’avviso ex art. 415 bis c.p.p. e termina con la celebrazione dell’Udienza preliminare. Al massimo l’Indagato ha a disposizione uno, due, tre mesi per ricostruire dinamiche che si sono svolte anche molto a ritroso nel tempo; non certo i sei mesi, uno, due o (anche) più anni, come per le indagini della parte pubblica.

L’indagato – è forse anche scontato ed ultroneo da ribadire – non gode poi neanche dei poteri coercitivi, delle risorse e dei mezzi investigativi che l’ordinamento riconosce a Pubblico ministero e Polizia giudiziaria.

Orbene, nonostante la tendenziale completezza delle indagini che deve fare da presupposto alla eventuale richiesta di rinvio a giudizio (e non viceversa), nonostante il gap conoscitivo, la differenza di mezzi ed il ritardo investigativo che è riferibile alla figura dell’indagato/imputato, se la Difesa avanza richiesta di giudizio abbreviato (“secco”) subito dopo aver depositato i risultati delle proprie indagini, al P.M. deve essere concesso (a richiesta) un termine aggiuntivo di due mesi per portare avanti nuove ed ulteriori indagini, tese a confutare gli elementi introdotti e favorevoli all’imputato.

Ma ciò va a sbilanciare ancor più il sistema processuale in favore dell’Accusa, rafforzando una posizione investigativa che già si presentava per essere una posizione “di forza” rispetto a quella dell’imputato, ossia rispetto a quell’unico soggetto che più ha da perdere in conseguenza di un errore valutativo (in senso sfavorevole) commesso dal Giudice: la propria libertà personale.

La scelta compiuta dal Legislatore della Riforma, quindi, oltre a denotare una chiara sfiducia verso qualsiasi contributo probatorio proveniente dalle parti private (alla stregua di una linea di pensiero che associa automaticamente e senza distinzioni al concetto di difensore dell’imputato l’idea di un azzeccagarbugli pronto anche ad introdurre in giudizio prove – quantomeno – fuorvianti), si rivela per essere fonte di ulteriore squilibrio in un sistema che invece dovrebbe tendere verso una sostanziale parità processuale delle parti (art. 111, comma 2, Cost.) e riconoscere a pieno il diritto di difesa (art. 24 Cost.) di colui che dovrebbe presumersi innocente fino a sentenza di condanna definitiva (art. 27 comma 2 Cost.).

1.c) Esiste una possibile soluzione (per i difensori dell’imputato) che tenda a mitigare questa “nuova” ed ulteriore disparità processuale tra le parti?

Una possibile soluzione di fronte a questo ulteriore sbilanciamento – soluzione che è emersa nel corso del proficuo confronto che portiamo costantemente avanti io ed il Collega Dainelli, coautore dell’articolo “Riforma del procedimento penale: spunti di riflessione sul DDL. A.S. 2067-A”, pubblicato dalla rivista “Diritto & Diritti”,  ISSN 1127-8579, data di pubblicazione: 21/04/2017) – potrebbe invero rinvenirsi, per noi difensori, nel fatto di anticipare, laddove possibile, il deposito dei risultati delle indagini difensive al periodo antecedente lo svolgimento dell’Udienza preliminare, opponendosi (formulando apposita eccezione a verbale) alla concessione del termine richiesto dal Pubblico ministero per lo svolgimento delle ulteriori indagini “a confutazione”, sostenendo che la discovery anticipata (rispetto al deposito direttamente in udienza dei risultati delle investigazioni difensive) avrebbe fatto venir meno il nesso temporale di immediatezza che è richiesto dalla nuova disposizione dell’art. 438, comma 4, c.p.p. ai fini della concessione del termine di sessanta giorni per le ulteriori indagini.

Così facendo, nel caso in cui il Giudice abbia comunque concesso il termine per le ulteriori indagini al P.M., se il cliente rinuncia in un secondo momento alla domanda di giudizio abbreviato (come previsto dall’ultima parte della stessa disposizione del comma quarto dell’art. 438 c.p.p. – nel testo attuale, come modificato proprio dalla Legge Orlando, legge n. 103/2017) ed opta per la prosecuzione del giudizio con le forme del “rito ordinario”, potrebbe divenire nuovamente proponibile un’eccezione tesa a far valere un’ipotesi di inutilizzabilità (di tipo fisiologico) degli atti compiuti unilateralmente dall’Accusa fuori dei casi consentiti dalla legge.

2.) Perché quanto detto sopra varrebbe solo se il cliente/assistito rinuncia alla richiesta di giudizio abbreviato? L’ulteriore modifica apportata dalla Riforma Orlando al giudizio abbreviato: l’art. 438, comma 6 bis, c.p.p.

La possibile soluzione prospettata sopra potrebbe valere, a mio sommesso parere, soltanto nel caso in cui il cliente/assistito rinunci alla richiesta di giudizio abbreviato avanzata nel corso dell’Udienza preliminare.

Ciò, perché, ai sensi della nuovissima disposizione dell’art. 438 comma 6 bis c.p.p.«la richiesta di giudizio abbreviato proposta nell’udienza preliminare determina la sanatoria delle nullità, sempre che non siano assolute, e la non rilevabilità delle inutilizzabilità, salve quelle derivanti dalla violazione di un divieto probatorio. Essa preclude altresì ogni questione sulla competenza per territorio del giudice».

Pertanto, persistendo nella richiesta di rito abbreviato, non sarà assolutamente “aggredibile” né l’ordinanza che ammette al rito, disponendo l’acquisizione dei risultati delle ulteriori indagini del P.M. (per un’eventuale ipotesi di nullità ex artt. 178, lett. c) e 180 c.p.p.), né i risultati delle indagini che verranno inseriti nel fascicolo del giudizio ed utilizzati per la decisione (poiché non si verserebbe in un caso di inutilizzabilità c.d. patologica, ma semmai solo fisiologica).

Il punto critico di questa disposizione, invero, riguarda l’illogicità della “sanatoria generale” che è stata introdotta al comma 6 bis dell’art. 438 c.p.p.: Nel momento in cui opto per il rito abbreviato, infatti, accetto che il Giudice utilizzi per la decisione le prove raccolte unilateralmente dall’Accusa (fuori dal contraddittorio), ma ciò non può comportare anche un’accettazione del fatto che detti elementi conoscitivi siano stati raccolti violando i principi di quomodo della prova previsti dalle disposizioni sulla nullità degli atti (artt. 177 ss. c.p.p.).

La prova in base al quale l’imputato dovrà essere giudicato, infatti, dovrebbe rispettare, sempre e comunque, proprio per l’indisponibilità del bene giuridico della libertà personale che resta inciso dalla declaratoria di colpevolezza penalistica, i canoni previsti dalla legge per la sua valida formazione. E ciò, non dovrebbe, a regola, venir meno per il solo fatto di aver scelto una tipologia di rito piuttosto che un’altra.

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Per tutto quanto non trattato nel presente intervento, faccio rinvio ai miei articoli aventi ad oggetto la Riforma penale, pubblicati dalla rivista Diritto & Diritti (Diritto.it) ed i cui riferimenti sono riportati nella sezione “Pubblicazioni” del presente sito web. Qualora foste interessati ad approfondire ulteriormente anche altri aspetti della presente riforma, Vi invito a leggere anche gli articolo del Collega Dainelli (autore, assieme al sottoscritto, dell’articolo indicato anche nel corpo del presente post) presenti su Diritto.it ed aventi ad oggetto il tema in parola.

Vi ringrazio per l’attenzione e, come sempre, Vi invito, per qualsiasi richiesta di chiarimenti, ad utilizzare i contatti riportati nell’apposita sezione nel presente sito web.

A.P.