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Caso Taricco 2: La sentenza della C.G.U.E. del 5 dicembre 2017

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Caso Taricco bis: La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 05/12/2017 (ECLI:EU:C:2017:936 – causa C-42/17, M.A.S. e M.B.).

Brevi riflessioni sulla recente decione della Corte di Giustizia U.E. e sull’affermazione circa la primaria valenza del principio di legalità- determinatezza (del diritto interno).

Caso Taricco 2: In data 05/12/2017 è stata finalmente pubblicata dalla Corte di Giustizia U.E. la propria decisione sulla questione pregiudiziale comunitaria (ex art. 267 TFUE) sollecitata dalla nostra Corte costituzionale con l’ordinanza n. 24 del 23/11/2016 (dep. 26/01/2017). La causa era posta al Ruolo della Corte U.E. sotto il numero C-42/17, M.A.S. e M.B., ed è possibile reperire la scheda riepilogativa del procedimento (con tanto di documenti rilevanti consultabili e scaricabili) presso il sito Internet istituzionale della Corte di Giustizia dell’Unione: www.curia.europa.eu.

Volendo formulare un breve riepilogo, possiamo dire che, con l’ordinanza predetta (C. Cost., n. 24/2017), la Corte U.E. veniva chiamata dal Giudice delle leggi italiano a rispondere, in quanto supremo interprete del diritto dell’Unione, a tre fondamentali quesiti:

Quesito 1

Se l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea debba essere interpretato nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando tale omessa applicazione sia priva di una base legale sufficientemente determinata;

Quesito 2

Se l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea debba essere interpretato nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando nell’ordinamento dello Stato membro la prescrizione è parte del diritto penale sostanziale e soggetta al principio di legalità;

Quesito 3

Se la sentenza della Grande Sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea 8 settembre 2015 in causa C-105/14, Taricco, debba essere interpretata nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione europea, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando tale omessa applicazione sia in contrasto con i principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato membro o con i diritti inalienabili della persona riconosciuti dalla Costituzione dello Stato membro.

In sostanza, con questi quesiti la Consulta richiedeva alla Corte U.E. di chiarire il portato della propria precedente pronuncia, ovverosia della Sentenza Taricco “originale” (Corte di Giustizia U.E., 8 settembre 2015, causa C-105/14, Taricco Ivo ed altri; ECLI:EU:C:2015:555, disponibile su www.curia.europa.eu), con la quale, la Grande camera della Corte, su domanda (altra pregiudiziale comunitaria ex art. 267 TFUE) del Tribunale di Cuneo, sollevata con ordinanza del 17 gennaio 2014, aveva stabilito il seguente principio di diritto:

1) Una normativa nazionale in materia di prescrizione del reato come quella stabilita dal combinato disposto dell’articolo 160, ultimo comma, del codice penale, come modificato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, e dell’articolo 161 di tale codice – normativa che prevedeva, all’epoca dei fatti di cui al procedimento principale, che l’atto interruttivo verificatosi nell’ambito di procedimenti penali riguardanti frodi gravi in materia di imposta sul valore aggiunto comportasse il prolungamento del termine di prescrizione di solo un quarto della sua durata inizialeè idonea a pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE nell’ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, o in cui preveda, per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, circostanze che spetta al giudice nazionale verificare. Il giudice nazionale è tenuto a dare piena efficacia all’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE disapplicando, all’occorrenza, le disposizioni nazionali che abbiano per effetto di impedire allo Stato membro interessato di rispettare gli obblighi impostigli dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE.
2) (…).

In linea generale, infatti, in base al c.d. principio del primato delle norme euro-unitarie (v. C.G.C.E., sent. 15 luglio 1964, Costa c./ Enel, causa C-6/64; v. anche C.G.C.E., 9 marzo 1978, causa C-106/77, Amministrazione delle finanze dello Stato c./ Simmenthal, ECLI:EU:C:1978:49, nonché C. Cost., sent. 8 giugno 1984, n. 170, Granital),  le disposizione di diritto interno confliggenti con quelle di matrice euro-unitaria non acquisiscono, se posteriori rispetto alle disposizioni di diritto U.E., o comunque perdono, se precedenti a queste ultime, la capacità di regolare la vicenda giuridica da esse interessata. Pertanto, sempre in linea generale, il Giudice nazionale, nel caso in cui rilevi un insanabile contrasto tra normativa interna e la normativa U.E., sarebbe sempre tenuto a disapplicare la norma nazionale confliggente col diritto dell’Unione; e ciò, senza dover attendere alcun intervento del legislatore, ovvero alcuna pronuncia del Giudice delle Leggi che previamente rilevi l’illegittimità costituzionale della disposizione interna in questione.

Orbene, la Sentenza Taricco stabiliva che questo primato del diritto dell’Unione europea dovesse essere fatto valere, da parte dei giudici italiani, anche con riferimento alle disposizioni (di parte generale) del Codice penale relative alla causa di estinzione del reato della c.d. prescrizione (artt. 157-161 c.p.), in quanto il combinato disposto delle disposizioni di cui agli artt. 160 e 161 c.p. (come modificate dalla legge n. 251/2005, legge c.d. Ex-Cirielli), nello stabilire che «in nessun caso [l’istituto de] l’interruzione della prescrizione p[ossa] comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere [il reato]», consentirebbe che, in un numero considerevole di casi, venga impedita la comminazione di sanzioni effettive e dissuasive in relazione a gravi frodi lesive degli interessi finanziari dell’Unione europea. Livello sanzionatorio che, invece, è imposto agli Stati membri dallo stesso Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE), all’art. 325; norma di diritto primario dell’Unione.

Stando alla Sentenza Taricco, quindi, i giudici italiani avrebbero dovuto disapplicare il diritto interno ogniqualvolta le disposizioni generali sul termine massimo di prescrizione avessero consentito questo abbassamento del livello sanzionatorio in relazione ad un numero considerevole di casi di frode grave lesiva degli interessi finanziari dell’U.E., comportando ciò che, al verificarsi di ogni singola causa di interruzione del termine di prescrizione, decorresse di nuovo (per intero) il termine di prescrizione “base” previsto dal diritto interno con riferimento alla specifica fattispecie di reato di volta in volta considerata.

Per un’analisi più approfondita dei contenuti della Sentenza Taricco “originale”, faccio rinvio al mio articolo dal titolo “Riflessioni sulla Sentenza della Corte di giustizia UE, 8 settembre 2015, Taricco e altri”, pubblicato dalla rivista giuridica Diritto & Diritti (Diritto.it),  ISSN 1127-8579, in data 19/10/2015 (URL dell’articolo: http://www.diritto.it/docs/37458-riflessioni-sulla-sentenza-della-corte-di-giustizia-ue-8-settembre-2015-taricco-e-altri).

Alla luce del contrasto interpretativo che si era venuto a creare all’indomani della emanazione della Sentenza Taricco, la Consulta, investita di una duplice questione di legittimità costituzionale delle norme interne che recepiscono e danno esecuzione ai Trattati UE ed FUE, aveva dunque deciso di riaprire il dialogo con il massimo interprete del diritto euro-unitario, chiedendogli – come si è avuto modo di rilevare supra – di specificare ulteriormente quanto già stabilito dalla Grande camera con la propria pronuncia del settembre 2015, prima di decidere se le disposizioni che recepiscono i nuovi Trattati euro-unitari siano effettivamente incostituzionali poiché violative del supremo principio di legalità (art. 25 Cost.); prima, quindi, di attivare gli eventuali contro-limiti riconosciuti dalla stessa sentenza Granital del 1984 (C. Cost., sent. n. 180/1984, cit.).

Ecco, il 5 dicembre u.s. la Corte di Giustizia fornisce i chiarimenti richiesti dalla Consulta ad inizio anno:

L’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE dev’essere interpretato nel senso che esso impone al giudice nazionale di disapplicare, nell’ambito di un procedimento penale riguardante reati in materia di imposta sul valore aggiunto, disposizioni interne sulla prescrizione, rientranti nel diritto sostanziale nazionale, che ostino all’inflizione di sanzioni penali effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea o che prevedano, per i casi di frode grave che ledono tali interessi, termini di prescrizione più brevi di quelli previsti per i casi che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, a meno che una disapplicazione siffatta comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile, o dell’applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.

Appena pubblicata questa sentenza, si sono susseguiti numerosi articoli facenti riferimento ad una importante retromarcia della Corte UE rispetto al (pesante) dettato della Taricco.

Indubbiamente, quanto statuito con la pronuncia M.A.S. e M.B. non è poco; ci si aspettava, infatti, che al Corte UE ribadisse in toto quanto già aveva sostenuto nel corso degli anni. V., a tal proposito, l’articolo intitolato “La Sentenza Taricco e l’ordinanza della Corte costituzionale n. 24 del 2017: due Giudici che non parlano la stessa lingua”, autore A. Paoletti, pubblicato dalla rivista giuridica Diritto & Diritti, ISSN 1127-8579, in data 20/03/2017 (URL: http://www.diritto.it/docs/39185-la-sentenza-taricco-e-l-ordinanza-della-corte-costituzionale-n-24-del-2017-due-giudici-che-non-parlano-la-stessa-lingua). Tuttavia, senza volersi dilungare troppo sull’analisi della parte motiva della sentenza in questione, che riservo ad altre sedi, mi premeva attirare l’attenzione del lettore circa quanto dalla Corte UE stabilito al paragrafo 60 della propria pronuncia.

Sebbene, infatti, venga invocato a chiare lettere un intervento riequilibratore proveniente direttamente dal legislatore italiano, il Giudice di Lussemburgo sembra comunque voler formulare un principio subordinato, valido nel caso in cui il potere statuale rimanga inerte di fronte alla suindicata richiesta di intervento riformatore, e che appare racchiuso proprio nel paragrafo 60 appena menzionato:

(…) i requisiti menzionati al punto 58 della presente sentenza [ossia, i requisiti di prevedibilità, determinatezza e irretroattività inerenti al principio di legalità dei reati e delle pene, che si applicano, nell’ordinamento giuridico italiano, anche al regime di prescrizione relativo ai reati in materia di IVA] ostano a che, in procedimenti relativi a persone accusate di aver commesso reati in materia di IVA prima della pronuncia della sentenza Taricco, il giudice nazionale disapplichi le disposizioni del codice penale in questione.

Il riferimento al momento temporale della emanazione della Sentenza Taricco potrebbe infatti andare a segnare, per i giudici nazionali, nel caso in cui il legislatore dovesse tardare a porre rimedio alla situazione di rilevata incompatibilità tra diritto nazionale e diritto europeo, in un’ottica che vede nella giurisprudenza una vera e propria fonte creatrice del diritto (ottica che è tipica degli ordinamenti di common law, a cui il diritto U.E. si ispira in maniera rilevante), il momento in riferimento al quale sostenere che non vi sarebbe più lesione del principio di determinatezza (rectius, legalità- determinatezza) in caso di disapplicazione delle disposizioni sul termine massimo di prescrizione in relazione a tutti quei reati che sono riconducibili al concetto di frode grave lesiva degli interessi finanziari dell’Unione.

Unico “paletto”, rispetto a siffatta interpretazione, resterebbe l’indeterminatezza del concetto di numero considerevole di casi, che tuttavia potrebbe ben essere superato se il concetto in questione venisse ricollegato ad concetto di violazione sistematica degli obblighi di persecuzione dell’illecito derivanti dal diritto UE.

Interrogativi (e timori) a cui, tuttavia, sarà chiamata a dare risposta la Corte costituzionale, nella causa (principale) che ha fatto scaturire la questione pregiudiziale de qua.

Grazie per l’attenzione.

Ricordo che, per ogni chiarimento (o confronto), è possibile contattare lo Studio tramite i recapiti indicati nella sezione Contatti del presente sito web.